Ci sono notti in cui l’Italia riesce a superare se stessa. Non in alto, beninteso, in basso. Verso il basso, il Paese ha sempre dimostrato una vocazione quasi mistica, un talento naturale.

L’altra notte è stata una di queste. E il protagonista, per una volta, non era un politico, non era un calciatore, non era nemmeno un influencer caduto dalla bici. Era una paperella.

Al Festival di Sanremo, tempio nazionalpopolare dove anche il microfono ha diritto di voto, l’orchestra attaccava “Papaveri e Papere” di Nilla Pizzi e sugli schermi accadeva l’inevitabile: il pubblico dell’Ariston si trasformava in un allevamento digitale di paperelle da bagno. Anche Carlo Conti, uomo solido, abbronzato, amministratore di condominio del cosmo televisivo, diventava un’anatra con lo sguardo perso tra Homer Simpson e il lag (il ritardo ) in una videochiamata.

Non era un’allucinazione collettiva. Era il “momento AI”.

Il risultato, definirlo “risultato” è già una concessione generosa, era qualcosa di cui Hieronymus Bosch sarebbe stato fiero, purché avesse avuto un computer con meno memoria di un microonde del 2003. Volti che si scioglievano come cera al sole di luglio. Contorni che ribollivano come una pappa d’avena sul fuoco. Un effetto che i tecnici del settore chiamano “boiling”, bollitura, e che il telespettatore medio ha verosimilmente interpretato come un sintomo neurologico da verificare d’urgenza.

Il delitto perfetto, realizzato in sala riunioni

La cosa commovente, e uso il termine nel senso più letterale, perché in qualche modo muove qualcosa dentro, anche se non si sa bene cosa, è che quella sequenza di quindici secondi non è scivolata per errore in diretta. Non è stata l’opera notturna di uno stagista febbricitante armato di laptop e Red Bull. No. Quella roba ha percorso una catena di comando lunga e onorata come la storia della Repubblica.

Un’agenzia creativa l’ha proposta. Un team l’ha sviluppata. Un manager l’ha visionata. Un dirigente l’ha approvata. Un altro dirigente ha firmato il budget. Qualcuno in Rai ha detto “ok, va in onda”. Decine di persone, riunioni, email, presentazioni PowerPoint con frecce colorate e parole come “innovazione” e “experience”. E in nessuna di quelle riunioni, in nessuna di quelle email, qualcuno si è alzato in piedi a dire: “Scusate, ma questa è roba vecchia che facevano tre anni fa. Un quattordicenne con lo smartphone fa di meglio in un pomeriggio e con strumenti gratuiti.” O forse qualcuno l’ha detto, ed è stato ignorato, ed è ancora peggio.

Nel frattempo, nel mondo reale

Mentre l’Ariston celebrava il suo personalissimo anno zero dell’intelligenza artificiale, il resto del mondo era occupato altrove. Kling AI (uno dei più avanzati generatori di video basati sull'intelligenza artificiale, sviluppato dalla società cinese Kuaishou) genera sequenze cinematografiche indistinguibili dai film. Sora 2 (un avanzato modello di intelligenza artificiale di OpenAI in grado di generare video in alta definizione a partire da descrizioni testuali) simula la fisica degli oggetti con una precisione che farebbe invidia a un professore universitario. I cinesi, nel frattempo, al loro Gala del Festival di Primavera mandavano in scena robot umanoidi che eseguivano kung fu coreografato insieme ad artisti in carne e ossa, con una sincronia da far impallidire qualunque corpo di ballo.

Ma noi avevamo le papere.

Per capire il divario, basta citare un punto di riferimento diventato ormai classico: il video di Will Smith che mangia gli spaghetti, generato dall’AI nel 2023. All’epoca era virale perché mostrava i limiti infantili della tecnologia ai suoi albori: le fattezze abbozzate, i movimenti innaturali, quell’aria da quadro espressionista in stato di ebbrezza. Era divertente perché era l’inizio. L’altra sera, a Sanremo 2026, siamo tornati esattamente lì. Solo che il calendario segna fine febbraio 2026 e TIM ha speso presumibilmente cifre con molti zeri per tornarci.

L’innovazione come macchietta

C’è però qualcosa di più preoccupante, sotto le papere digitali. Qualcosa che non si vede ma che ha radici profonde e conseguenze serie. Quando mostri l’intelligenza artificiale in questo modo, grottesca, approssimativa, fondamentalmente ridicola, il messaggio implicito che arriva a milioni di spettatori è che questa tecnologia sia fondamentalmente una buffonata. Un giocattolo rotto. Qualcosa di cui ridere, non di cui preoccuparsi.

Il problema è che non è così. Nel 2025 le frodi portate a segno con l’AI hanno generato perdite globali stimate in oltre un miliardo di dollari. Il caso più noto, riportato dal Financial Times, è quello della multinazionale di ingegneria Arup, raggirata per venticinque milioni di dollari attraverso una videochiamata in cui i truffatori avevano ricreato in tempo reale volti e voci dei dirigenti aziendali. In tempo reale, si badi bene. Non paperizzati. Perfetti.

Un pubblico che ride delle paperelle digitali è un pubblico che domani non riconoscerà una truffa deepfake (contenuto multimediale generato da una AI avanzata),  quando riceverà una videochiamata dal “direttore” che chiede un bonifico urgente. 

Un’azienda di telecomunicazioni, che dovrebbe essere l’ossatura digitale del Paese e che sceglie di presentare l’AI in questo modo al suo pubblico, non sta solo sprecando un’occasione. Sta abbassando l’asticella della percezionecollettiva su una tecnologia che avanza a una velocità che non aspetta nessuno. E in Italia, di asticella, ne abbiamo già poca.

Fantozzi aveva già detto tutto

Sui social, qualcuno ha evocato Fantozzi e la sua celebre recensione della Corazzata Potëmkin. Il parallelo è impietoso ma calzante: anche lì c’era un pubblico costretto ad assistere a qualcosa di cui fingeva di apprezzare il valore culturale, mentre dentro di sé pensava altre cose. La differenza è che Fantozzi alla fine parlava. Il pubblico italiano di Sanremo, storicamente, si limita a cambiare canale, o ad andare sui social a fare i meme.

Un comico ha tirato in ballo Twin Peaks. Qualcuno ha ricordato John Travolta e il Ballo del qua qua. La tradizione delle papere a Sanremo, evidentemente, ha radici più profonde di quanto si pensasse.

TIM ha annunciato che ci saranno altri “momenti AI” nelle prossime serate. Qualcuno ha ironizzato sulla possibilità che si tratti di una raffinata narrazione evolutiva: ogni sera un’AI più capace, a dimostrazione del progresso tecnologico. Sarebbe un colpo di genio: la redenzione grottesca che si trasforma in meta-arte. Ma temo sia ottimismo eccessivo.

La difesa tecnica (e perché non regge)

Il paradosso è affascinante. Nel 2026 generare video AI offline costa pochi euro. Ma farlo in diretta, integrato in una regia televisiva, con server locali ridondati, sincronizzazione audio-video può costare centinaia di migliaia di euro.

Tecnologicamente, ciò che abbiamo visto è una forma più complessa di applicazione: trasformazione in tempo reale, fotogramma per fotogramma, sotto le luci assassine dell’Ariston, tra teste mobili e controluci psichedelici. È come chiedere a un chirurgo di operare su un ottovolante.

Tutto vero. Ma c’è un dettaglio che questa difesa non considera: se sai che i tuoi strumenti rischiano di produrre qualcosa di imbarazzante, hai due opzioni. La prima è non farlo. La seconda è farlo meglio. Non esiste una terza opzione che preveda di farlo male e sperare che nessuno se ne accorga.

Un incubo riuscito

C’è però un’interpretazione più crudele: e se fosse perfetto così?

Sanremo è specchio di un Paese che invecchia, che consuma televisione come tisana serale, che vuole sentir parlare di futuro senza essere disturbato dal futuro.

Mostrare un’AI goffa, tremolante, rassicurante nella sua imperfezione, potrebbe essere una forma di anestesia collettiva: “State tranquilli. Le macchine sono ancora sceme. Guardate: fanno qua qua qua.”

Intanto, nel resto del mondo, le macchine imparano a parlare come noi, a scrivere come noi, a decidere come noi.

La cosa più inquietante non è che l’effetto fosse brutto. È che fosse coerente.

Coerente con una cultura dell’innovazione vissuta come moda, non come infrastruttura.

Coerente con un ecosistema in cui l’AI è un filtro, non una politica industriale.

Coerente con un Paese che applaude la caricatura e ignora la sostanza.

C’è un aforisma che Flaiano avrebbe potuto scrivere, e forse ha scritto in qualche salotto romano che non ricordo: “In Italia la modernità arriva sempre in ritardo, e quando arriva ha già l’aria di una cosa del passato.” Le papere di Sanremo sono la prova più recente. Non la prima. Probabilmente non l’ultima.

Sanremo 2026 non ha mostrato il futuro. Ha mostrato il ritardo.

Non è stato un fallimento tecnico. È stato un incubo riuscito.

Qua qua qua a tutti.

 

Gi(ov)anni Grandinetti

Esperto di Intelligenza Artificiale e Innovazione Digitale

Innovation Manager Certificato UNI 11814