Minervini si scaglia contro il caporalato: "Questione drammatica e complessa, ognuno deve fare la propria parte per eliminarlo"

lunedì 24 agosto 2015
"C’è voluta un’estate torrida e una sequenza crudele di morti per sollevare il problema, per farci accorgere che il caporalato esiste e sta assumendo un volto ancora più feroce". Queste le parole del capogruppo di Noi a Sinistra per la Puglia, Guglielmo Minervini sulla discussione caporalato che sta tenendo banco in Puglia dopo le drammatiche vicende delle ultime settimane che hanno visto la morte di vittime innocenti.   


"La questione è terribilmente drammatica e complessa per pensare di liquidarla con tavoli, task force e norme. Perché il caporalato non è più solo una roba che schiavizza braccianti stranieri ma anche nostri concittadini che ritornano alla terra per difendersi dalla crisi del lavoro. Il caporalato quest’anno non si presenta più solo col volto del Ghetto di Rignano ma anche con quello delle campagne di Andria, non colpisce solo senegalesi ma anche le donne di un vasto territorio ionico.
Oggi- continua il capogruppo -  proprio come dicevamo un anno fa, serve la politica, servono politiche pubbliche. Intelligenti e incisive.
Le colture più esposte al caporalato sono quelle senza una logica di filiera. Il pomodoro innanzitutto, l’uva da tavola. I produttori finiscono nel gioco della grande distribuzione e delle industrie di conservazione. Loro fanno il bello e il cattivo tempo. La catena dello sfruttamento comincia di lì. Quest’anno - prosegue Minervini -  il prezzo del pomodoro è lo stesso di trent’anni fa, mentre il distretto del pomodoro arranca e rischia il fallimento. Tutte le risorse, specie quelle comunitarie, vanno destinate alla costruzione di filiere che consentano di passare dalla competizione sul costo a quella sulla qualità del prodotto. Altrimenti la partita è persa.
Poi ci sono gli organismi di controllo. Troppa indulgenza, troppa tolleranza. Ai doveri vanno richiamate anche le associazioni datoriali, troppo intolleranti al cambiamento. Sono anni che impediscono il varo degli indici di congruità, un primo fondamentale strumento per cominciare a snidare le imprese vistosamente irregolari. E poi ci siamo noi, i consumatori. Quando compriamo un barattolo di pelati a 49 centesimi chiediamoci quale lavoro c’è dietro. L’anno scorso abbiamo lanciato EquaPuglia, un bollino che deve servire a qualificare le aziende che producono con lavoro pulito, legale, equo. Ora sta partendo ‘Prodotti di Puglia’, un marchio per raccogliere il paniere di prodotti regionale di eccellenza. Il resto spetta a noi, la catena della schiavitù comincia dall’attenzione che poniamo nell’acquisto dei nostri alimenti, dal nostro consumo consapevole. Mettere in discussione la reputazione sociale dei grandi marchi delle scatole e del commercio è una leva potente per impegnarli a un gioco meno spregiudicato. L’anno scorso col piano ‘Capo free-Ghetto off’ abbiamo tracciato questa strada.
Ancora oggi resta l’unica possibile. Ma serve un lavoro in cui ciascuno faccia la parte. Non sarà facile - conclude - e non è breve, ma è la sola strada possibile".
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