Manifatturiero, il settore regge ma la Confartigianato lancia l'allarme: «Caduta libera»

mercoledì 18 marzo 2015

La famosa luce in fondo al tunnel della crisi economico-finanziaria che tutto investe e tutto travolge tarda a farsi vedere ma, almeno, si può registrare un lieve rallentamento nella caduta verticale degli indici statistici riguardanti le imprese del nostro territorio.

Nonostante il 2014 sia stato l’ennesimo annus horribilis, l’artigianato manifatturiero pugliese dimostra di resistere meglio di altri comparti. La domanda interna è ancora debole, la produzione è quasi ferma e molte aziende continuano a chiudere i battenti, eppure ci sono imprenditori che non demordono. Dalla fine del 2013 alla fine del 2014, in Puglia, si sono “perse” 466 attività manifatturiere, pari a una flessione del 2,7%. Ce n’erano 17.575, oggi sono 17.109. Restringendo il perimetro d'interesse alla sola provincia brindisina, si parla di un balzo all'ingiù che ci vede passare dalle 1463 imprese manifatturiere del 2013 alle 1423 del 2014: 40 attività in meno in 12 mesi, pari a un saldo negativo del 2,7%. Quest
o è quanto emerge dalla seconda indagine congiunturale sull’artigianato manifatturiero condotta dal Centro Studi di Confartigianato Imprese Puglia su dati Unioncamere-Infocamere e presentata da Francesco Sgherza, presidente di Confartigianato Imprese Puglia.  

«Qualche timido segnale di reazione, neanche di ripresa, si intravede nei paesi della provincia, dove qualcuno ha avuto la forza e il coraggio di diversificare la produzione – spiega Antonio Ignone, presidente provinciale di Confartigianato – a Brindisi città, invece, tutto è fermo. Siamo in caduta libera». Il pessimismo di Ignone trova il suo fondamento proprio nei dati raccolti e studiati dalla sua associazione di categoria. «Bari e provincia, da sempre un territorio più dinamico, tiene botta; Lecce e Foggia seguono a ruota; Brindisi e Taranto, dal punto di vista delle condizioni delle microimprese, il 99% del totale delle attività imprenditoriali al sud, navigano in pessime acque». Secondo le analisi di Confartigianato, i settori dove si registrano i cali più significativi sono quelli legati al mondo dell'edilizia: le industrie che lavorano il legno per la produzione di infissi o di altri manufatti di falegnameria a cui si affiancano altre lavorazioni che vanno dal taglio e la piallatura del legno, alla produzione di semilavorati sino alla fabbricazione di imballaggi, sono quelle in maggiore sofferenza, con un calo, sempre restando nel brindisino, del 10,5%; seguono le imprese per la lavorazione di metalli, ambito ancora legato con un doppio filo all'edilizia. I timidi sorrisi, invece, arrivano dall'industria alimentare, +2,5%.

«Anche nei casi in cui compare il segno più – riporta tutti coi piedi per terra Ignone – non è detto che il saldo sia realmente positivo: può essere che qualcuno chiuda per poi riaprire, falsando incolpevolmente la statistica. Non c'è più accesso al credito: se un giovane imprenditore va in banca a chiedere un prestito per aprire una nuova azienda e cofinanziare il rischio proprio d'impresa, i funzionari gli ridono in faccia. In questo modo, solo le aziende storiche e strutturate riescono a restare a galla in attesa di tempi migliori, magari attingendo alla casse di riserva, alle risorse messe da parte negli anni e nei decenni scorsi. Per i giovani, la situazione resta drammatica e chissà per quanto altro tempo lo sarà». In questo contesto, è difficile anche trovare delle soluzioni. «Sarei presuntuoso nel dire che ci capisco qualcosa: tutti si affannano a rimbombarci di proclami ottimistici ma la realtà dei fatti è che nessuno fa nulla. Lo Stato ci riempie di chiacchiere; la Regione parla di fior di finanziamenti che sono talmente tanto difficili da ottenere che vanno puntualmente perduti. Di questo passo, il tunnel è ancora molto lungo e di luce non se ne vede neanche un flebile raggio».

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